L’insostenibile pesantezza dell’invadenza

FFDN non ha mai avuto un buon rapporto con tutto ciò che si deve fare ‘perché è buona norma che’.
E questo fin da piccola. Crescendo su tante cose è stato necessario cedere ma su altre FFDN ancora proprio non ce la fa.
Tra le cose più difficili da digerire ancora oggi per FFDN ci sono le Feste Comandate: il Natale in primis che con grande sforzo ha tollerato fino a che era una bambina, quando poteva trascorrerlo con la sua famiglia intera, con i parenti a cui era più legata e quando ancora apprezzava il fascino dei regali sotto l’albero e, avendo fatto le scuole dalle suore, riconosceva a questa festività un valore non esclusivamente materiale.
FFDN non digerisce il Natale (come molti altri) non perché faccia figo ‘non amarlo’ ma perché lo trova ormai privo di senso: pezzi di famiglia non ci sono più, altri si sono allontanati, ormai è adulta e non ha figli per cui valga la pena sbattersi per fare l’albero e/o il presepe (l’albero di FFDN infatti è un’installazione fissa appesa ad un muro di casa che si può ammirare per 365 giorni all’anno, fatta da lei stessa alcuni anni fa quando, per respirare un po’, spinta dal babbo andò a farsi una passeggiata con la sorella sulla spiaggia e passeggia che ti ripasseggia le venne un’idea …)
Subito dopo in seconda posizione arriva il Capodanno.
Da che ne ha memoria FFDN non lo ha mai festeggiato senza la sua famiglia quasi fosse una prosecuzione del Natale: di solito si univa ai genitori e andava con loro a casa di amici e come una Bridget Jones ante litteram, giocava a mercante in fiera, a sette e mezzo, a tombola e all’immancabile countdown si univa con riluttanza sempre crescente al trenino degli adulti al suono di ‘Daddy Cool’, ‘Disco Samba’, ‘Charlie Brown’ etc ect.
Con il passare degli anni, e ogni anno peggio, si è sottoposta mesta al fuoco incrociato delle domande:

‘ma non hai amici con cui andare a festeggiare?’, ‘anche quest’anno niente fidanzato?’, ‘ma perché non vai a ballare in qualche locale?’ …

Fino a che nella vita di FFDN e della sua famiglia sono entrate con anticipo rispetto, forse, a quanto dovrebbero (ma sembra che decidano loro!), due signore che raramente sono le benvenute: la malattia e la morte. Continua a leggere “L’insostenibile pesantezza dell’invadenza”

Era meglio quando ci rincorrevamo con la clava in mano

E’ accaduto esattamente il 31 marzo ultimo scorso.
Era una domenica mattina e già da qualche tempo mi balenava in testa l’idea di farlo.
Avevo visto molti prendere questa iniziativa sempre più spesso negli ultimi tempi: uomini e donne più o meno giovani e anche bambini.
In verità ero un po’ spaventata: buttarsi così nel traffico cittadino non mi metteva proprio a mio agio!
Però quando un’idea si insinua nella testa, c’è poco da fare. Va messa in pratica se non altro per debellarla completamente.

Quel we sembrava perfetto per buttarmi nella mischia: papà sarebbe stato coperto tutto il sabato da M il badante (anche se papà preferisce vederlo nella versione ‘Maggiordomo’ altrimenti sarebbe per lui assolutamente impossibile accettarne la presenza) e la mattina della domenica sarebbe andata mia sorella K (Grimilde per mio papà); quindi avrei avuto il tempo poi di darle il cambio all’ora del pranzo e restare con lui fino all’ora di cena (così oltre a Grimilde papà avrebbe avuto il piacere di avere con lui anche me, FFDN, ovvero Malefica!).
Un piano perfetto. Potevo permettermi quasi un fine settimana libero. Dovevo approfittarne, certo, ma non senza qualche inevitabile senso di colpa e parte del cervello sempre sintonizzato sul ‘speriamo vada tutto bene’.

La preparazione è iniziata il sabato mattina quando sono scesa in cantina per vedere in che condizioni si trovassero dopo tanti anni di inutilizzo.
Fortunatamente erano ben coperte quindi in sostanza … due biciclette nuove di zecca!
L’unico problema erano le ruote ormai completamente a terra.
Lavorare su entrambe mi avrebbe richiesto troppa fatica, così presi la decisione di usare e rimettere in funzione la bicicletta da passeggio, una city bike che mi aveva regalato mio papà poco dopo essere andata a vivere da sola e di non prendere, invece, la mia preferita quella nota come la ‘flashdance’ perché, all’epoca dell’uscita del film, mentre tutte le ragazzine chiedevano iscrizioni a corsi di danza, io desiderai fortemente (e con grande fatica ottenni dopo qualche anno) la bicicletta di Alex (al secolo Jennifer Beals).
Molto probabilmente i miei acconsentirono non tanto perché temessero che potessi decidere, raggiunta la maggiore età e quindi il desiderio di una minima indipendenza economica nonostante il proseguo degli studi, di lavorare come ballerina in un locale notturno (oggettivamente non c’era il fisico, non c’era il talento e non c’era l’indole femminile accattivante) quanto piuttosto che, in un gesto di emulazione estremo, optassi per andare a lavorare come operaria saldatrice (e qui il rischio effettivamente sarebbe stato elevatissimo!). Continua a leggere “Era meglio quando ci rincorrevamo con la clava in mano”

Affittacamere ‘Le Rose’

Raramente mi muovo con i mezzi pubblici.
Pur sapendo che non è certo un vanto potrei addurre, in mia difesa, prove che attestano la mia assoluta necessità di farlo.
I casi in cui devo abbandonare questa mia malsana abitudine sono rari e sempre determinati da forze di causa maggiore: come, ad esempio, un’ inquietante chiave inglese giallognola mai vista prima che, improvvisamente, si accende sul quadro elettrico dell’auto fissandomi minacciosa, accompagnata dalla scritta intimidatoria ‘service non disponibile’

Cosaaaaaa? ‘Scendi’? ‘Dai lasciamela’? Ora? Così?

Presa dal panico, mi getto vorace sul libretto di istruzioni sfogliandolo avanti e indietro freneticamente in ogni sua singola pagina ed appendice alla disperata ricerca di qualche frase rassicurante su quella spia luminosa che mi consenta così di prendere tempo e non mollare il mio mezzo di locomozione. E infatti la mattina seguente, avvilita, mi reco da R il mio paziente meccanico di fiducia … trascinandomi di malavoglia con il mio carico di mestizia sulle spalle per non essere riuscita a risolvere il problema secondo le mie consuete modalità: ovvero dare una bottarella qui, una lì, una al quadro elettrico o spegnendo e riaccendendo l’auto nella speranza che quella ‘cosa’ sparisca da sola!

“Ciao FFDN, come stai? Che hai combinato questa volta?”
“No no … ha fatto tutto da sola … guarda qui” e punto l’indice accusatorio contro quella lucetta immonda con la stessa determinazione e acrimonia che hanno i bambini dell’asilo quando devono dare la colpa a qualcuno ‘ Maestra è stato luiiii!’.
“Quant’è che non fai il tagliando?”
“L’ho fatto lo scorso anno R … che non ti ricordi?”
“No quella è la revisione … il tagliando è un’altra cosa. Ok dai scendi e lasciamela. Ci lavoro e se riesco stasera te la passi a riprendere”

Cosaaaaaa? ‘Scendi’? ‘Dai lasciamela’? Ora? Così? Su due piedi? Senza preavviso? Senza aver organizzato un piano alternativo per arrivare in ufficio? Continua a leggere “Affittacamere ‘Le Rose’”

“Siete stato pesato, siete stato misurato, e siete stato trovato mancante”

Diceva con altezzoso disprezzo il Conte Adhemar di Anjou (alias un affascinante Rufus Sewell) al tenace Sir William Thatcher/Sir Ulrich Von Lichtenstein of Gelderland (alisas un giovane Heath Letger) nel film ‘Il destino di un Cavaliere’.
E’ un filmetto leggero, disimpegnato. Eppure quella frase mi ha colpito immediatamente e spesso mi rimbomba nella testa come un martello pneumatico.
Alle volte la uso per scherzare bonariamente con qualcuno altre per esprimere il mio disappunto in forma ironica ma più seria mandando un messaggio per far capire quello che penso lasciandolo però velato dal sapore dell’ilarità.

Ma la persona a cui più spesso e più seriamente rivolgo quell’affermazione, sono io, FFDN.
Perché per quanto F faccia finta di niente ormai quasi su tutto e con tutti, non riesce a farlo con se stessa.
Ci prova. Se la racconta. Ma poi niente. Proprio non ce la fa.
Si sente sempre inadeguata, sempre fuori luogo, sempre non adatta al ruolo, sempre manchevole, sempre in difetto.
In realtà si è sempre sentita così. Fin da giovanissima.
Sia in situazioni riguardanti la famiglia, sia riferite all’ambito lavorativo, sia a situazioni più squisitamente sentimentali.
Ma mentre sulle ultime due FFDN riesce in qualche modo a gestire la cosa, ostentando spesso una sicurezza che non ha poi così ben bene radicata fino in fondo, è sulla prima questione che questa sensazione di ‘faccio poco, potrei fare di più’ la stritola e la soffoca creandole un senso di profonda colpevolezza. Continua a leggere ““Siete stato pesato, siete stato misurato, e siete stato trovato mancante””

La temibile penna ‘Thesi’

Durante l’ultimo anno di liceo (quando ero ancora semplicemente F) attraversai un periodo difficile.
Avevo sempre studiato volentieri, con dedizione e sacrificio materie che amavo moltissimo.
Studi che avevo intrapreso nella più assoluta libertà senza alcuna pressione.
Era come se l’avessi sempre saputo che dopo le scuole medie, quella sarebbe stata per me l’unica scelta possibile.
Ma ad un tratto, non saprei dire perché, “diedi di matto” completamente.
Quelle materie che avevo tanto amato e su cui mi ero anche giocata parte della salute mi avevano stancata.
Non ne potevo proprio più. Volevo fare altro.
Volevo una cosa più semplice. Come se la semplicità fosse sinonimo di felicità.
Questo profondo momento di dubbio sfociò un giorno durante una lezione in un confronto forte e diretto con la Professoressa di greco e latino che tanto amavo e stimavo. La stessa che ci aveva portato a quel meraviglioso incontro che ancora oggi cerco di rispettare ogni anno.
La conseguenza più evidente ed immediata di questo mio disagio fu quella di non riuscire più a tradurre in scioltezza soprattutto le versioni di greco.
Quelle scritte che prima mi apparivano subito dall’inizio ormai molto chiare, che si componevano da sole quasi come un puzzle i cui pezzi andavano al loro posto perfettamente, adesso erano diventate solo una serie infinita di caratteri illeggibili.
Avevo la sensazione di essere tornata indietro di quattro anni, di aver perduto tutto quello che avevo fatto e di essere rimasta con nulla in mano.
Tutto divenne macchinoso, faticoso, lento.
E più questa situazione andava avanti più durante i compiti a casa o in classe mi attaccavo con ferocia disperata e fisica a quel pezzetto di carta con tutte quelle lettere strane da tradurre.
Ero disperata, ma la mia mente non le leggeva più, non vi riconosceva neppure una regola delle tante che avevo studiato.

“alle volte per poter tradurre bene devi allontanarti dal testo, altrimenti non ne vedi la struttura d’insieme”

Ricordo benissimo la sensazione di grande fatica, una fatica non solo mentale ma fisica, come se volessi entrarci dentro a quei testi e non ci riuscissi, arrancavo un po’ avanti e poi scivolavo indietro, mi accartocciavo fisicamente sopra a quelle righe fino al punto in cui poi tutto si confondeva.
Si confondeva completamente e irrimediabilmente.
Una volta durante uno di questi compiti in classe la Professoressa, con l’eleganza algida ma mai fredda o distaccata che l’ha sempre contraddistinta, mi si avvicinò, mi appoggiò le sue magre mani bianche sulle spalle e mi allontanò dal foglio: “alle volte per poter tradurre bene devi allontanarti dal testo, altrimenti non ne vedi la struttura d’insieme”. E si allontanò tornando alla cattedra.
Aveva ragione. Aveva ragione lei. Come sempre d’altronde.
Cercai di rieducarmi a tradurre. A partire dalla postura. E nel buio più totale in cui ero precipitata iniziai a fatica ad allontanare il testo cui mi stavo aggrappando. Iniziai a guardarlo da lontano, a mettere la giusta distanza tra me e lui.
E incominciai a vederlo di nuovo. A comprenderlo e a tradurlo.
Questa è la sua penna. E’ la penna della mia Professoressa. La temibile penna!
Me la regalò dopo la maturità. Da allora la porto sempre con me.
Era la penna della paura, quella che scorreva su e giù lentamente lungo l’elenco dei nomi del registro di classe, quella che ad un tratto si fermava sul nome designato per il patibolo.
Quella penna il cui nome neppure farlo apposta è ‘Thesis’ (nomen omen) così sottile che a volte rimaneva nascosta tra le pagine del registro e la Professoressa non la trovava. Noi invece non la perdevamo mai di vista e sapevamo sempre dirle, anche dal fondo della classe, esattamente in che punto si trovasse tra i fogli che componevano il registro di classe.

Oggi, dopo tanti anni (ora che sono diventata FFDN anche se non sempre ci riesco tanto bene) e in un periodo difficile molto più di allora, quando la prendo in mano o la guardo e ricordo quell’ episodio, temo che la mia Professoressa sarebbe molto delusa nel sapere che ho praticamente dimenticato tutto ciò che mi aveva insegnato, che ho preso una strada diversa da quella che ero sicura avrei percorso. Sia dal punto di vista degli studi che poi lavorativo, sono andata in una direzione opposta a quella umanistica.
A volte me ne pento: penso che forse proseguendo sarei stata più felice, forse più serena.
Forse sarebbe tutto stato più semplice (per quanto a volte la semplicità sia pericolosa e niente affatto un bene, semplificare spesso significa perdersi qualcosa, il valore si trova più spesso nella complessità).
Ma la vita a volte sceglie per te e tu proprio non puoi farci nulla.

… noi invece non la perdevamo mai di vista e sapevamo sempre dirle … esattamente in che punto si trovasse

Quello che avevo sempre immaginato fosse il mio futuro è però diventata la mia passione: senza obblighi solo per amore, un amore mai abbandonato veramente.
Non so se sarebbe contenta di me la mia Professoressa, ma sono certa che sarebbe d’accordo con me se traducessi quel suo consiglio un po’ liberamente ma non arbitrariamente (come lei ci ha sempre insegnato a fare): “per conoscere bene alcune persone e valutare certe situazioni alle volte devi allontanartene un po’, altrimenti non vedi bene né chi hai di fronte né il contesto in cui ti stai muovendo”
Mi capita di pensare che magari già durante quella versione, lei che mi conosceva bene, voleva darmi un consiglio di più ampio respiro.
Forse c’era una profondità diversa oltre quello che per me era un suggerimento squisitamente tecnico.
Qualcosa, allora, sfuggito alla mia giovane età.

La temibile penna

Il valore del tradimento

FFDN questa sera ha preso una multa.
Proprio Lei. Lei che ha praticamente il codice della strada sul comodino come lettura serale alternativa.
FFDN è una noiosa, prevedibile, una che rispetta le regole (nonostante i giovanili trascorsi poco edificanti dell’affaire ‘Parco della Vittoria/Viale dei Giardini’).
Quindi FFDN non prende mai multe perché è sempre (o quasi) nel rispetto delle regole.
Quindi lei, proprio lei, giustamente, l’unica volta che si concede una deroga, lei, proprio lei, viene punita sulla base del sacrosanto principio che la legge non ammette ignoranza (né deroghe).
Anche se per alcuni sì e per altri no. Ma qui si aprirebbe un capitolo a parte.
Trattasi tra l’altro anche di un ‘classico’ (almeno per FFDN): un po’ come quando a scuola studiavi tutto il libro per l’interrogazione, ti sfuggivano tre righe di una nota a fondo pagina non visibili neppure ad occhio nudo e puntualmente proprio quelle ti venivano richieste.
Eccco per FFDN, questo era un classico. FFDN a scuola non era una secchiona per piacere ma per necessità, per arginare e difendersi da una regola non scritta, da una specie di ‘codice rosso’.

non era una ‘secchiona’ per piacere ma per necessità

Questa tizia, questa che sottolineava le note con il numeretto che rimandavano alla bibliografia, esattamente stasera ha preso una multa: regole del codice stradale, regole di educazione civica o regole della vita che sia, ‘codici rossi’, scritti o non scritti, FFDN ha preso una multa.
Una ferita indelebile: non la multa. Ma la modalità!
La multa è stata fatta, ovviamente, da un vigile ma non un vigile qualunque bensì, per la precisione, da una vigilessa cioè da un vigile DONNA e quindi, anche qui come nelle migliori tradizioni di casi di ‘donna contro donna’, la multa a FFDN è stata fatta a TRADIMENTO. Continua a leggere “Il valore del tradimento”

Questa doccia non s’ha da rifare…

(…o almeno se non secondo mie precise disposizioni anche se la cosa tecnicamente potrebbe risultare ai limiti dell’impossibile).

Mentre la maggior parte delle persone in questo periodo dell’anno, giustamente e per loro fortuna, si rilassano in qualche modo, per più o meno giorni, ma almeno ci provano, FFDN e sua sorella K … no.

FFDN in realtà quest’estate condivide, e lo condivide con grande dispiacere e vicinanza, questa condizione di continuo stato di ansia e problemi da risolvere con due sue care e vecchie amiche MC e TI che si trovano per la prima volta ad affrontare problemi importanti e dolorosi (FFDN è solo un po’ più allenata perché ha iniziato in anticipo rispetto a loro, anche se allenati non lo si è mai abbastanza perché le gare con la vita salgono sempre di livello e hanno un fattore di imprevedibilità quasi mai calcolabile).
Se MC e TI sapessero di questo diario, sono certa che condividerebbero la descrizione di uno stato d’animo che proprio tanto semplice da spiegare non è mai.

… anche se allenati non lo si è mai abbastanza perchè con la vita le gare salgono sempre di livello …

L’ultima vera spensierata estate di FFDN non ha coinciso banalmente con l’inizio dell’età adulta, con le responsabilità, con il lavoro, con un compagno o con l’arrivo di figli. Tutte cose a cui FFDN non si è neppure lontanamente accostata (tranne responsabilità e lavoro).
L’ultima vera spensierata estate di FFDN è stata quella del 1994 quando si trovava in Sardegna con TI.
FFDN non aveva mai fatto campeggio con i suoi mentre TI era un’ habitué, così per il secondo anno si era con gioia unita a TI e alla sua famiglia per un paio di settimane.
Un giorno della prima settimana, FFDN viene avvisata dalla reception del camping di aver ricevuto una telefonata dalla mamma e di richiamare appena possibile ma senza fretta.
Ma FFDN sapeva molto bene che la mamma non l’avrebbe mai chiamata se fretta non ci fosse stata: la mamma le disse che il papo di FFDN aveva un problema di salute e che avrebbe dovuto fare degli accertamenti.
Neppure il tempo di attaccare la cornetta del telefono della cabina (niente cellulari all’epoca), di raccogliere le sue cose che FFDN era già sul traghetto veloce per rientrare a casa.

Il problema di salute di papo non era affatto un problema. Era un problemone ma un problemone di quelli veramente ‘oni’ ‘oni’ ben sintetizzato dalla risposta che il chirurgo diede alla naturale domanda della mamma che chiedeva quanto sarebbe durato l’intervento: “speriamo molto Signora, perché significa che possiamo operare. Se torniamo presto significa che abbiamo aperto e richiuso senza poter far nulla” Continua a leggere “Questa doccia non s’ha da rifare…”